Confrontare
Tv
e comunicazione di pubblica utilità/Nota
introduttiva
L'utilità di
un dibattito
Stefano Rolando
Il contributo personalmente
dato al colloquio di Amalfi costituisce una sintesi
di temi e problematiche ricorrenti da due anni
sulle pagine di questa Rivista. Pertanto non
considero utile riprendere in questa sede il
testo della riflessione, apprezzando molto l'opzione
fatta da Bruno Somalvico di scegliere la Rivista
per dare conoscenza dei materiali lì prodotti.
Scrissi in un paragrafo del libro Un Paese
spiegabile , nel 1998, a proposito dello
sviluppo della comunicazione pubblica, “impossibile
senza la TV”.
Certamente la forte crescita
di Internet ha creato un circuito veicolare di
messaggi e servizi che offre ormai un'opportunità irrinunciabile
per la relazione “utile” tra istituzioni e cittadini.
Tuttavia il sistema radiotelevisivo – nella sua
complessità di programmi , informazioni,
fiction, connessione con i nuovi format e i nuovi
media – esprime una tale capillarità di
fruizione sociale e di incidenza sulla formazione
dell'opinione pubblica da rendere ineludibile la
riflessione sul rapporto con ciò che chiamiamo “comunicazione
di pubblica utilità ”.
Si registra un costante imbarazzo
delle aziende radiotelevisive in particolare
pubbliche, in Europa, ad affrontare con chiarezza
questo tema. Perché parlare
di “servizio” è da una parte un'ovvietà,
un compito istituzionale, una vocazione naturale
di un segmento della programmazione (quello che
soprattutto giustifica l'esistenza del canone di
abbonamento obbligatorio). Ma questo accenno viene
anche interpretato come un rischio, rischio di
ghettizzazione della missione complessiva dei servizi
pubblici radiotelevisivi, in ordine ad un complesso
di tendenze produttive e distributive senza cui
non ci sarebbero le necessarie audience e, di conseguenza,
verrebbero meno anche i compiti “di servizio”.
Da qui una certa reticenza a dare sviluppo strategico
a questo settore.
Ecco perché ha rilievo la discussione su
questo raccordo; per liberare questo dibattito
dalla fragilità della prospettiva del “rischio
politico” e per connetterlo al tema dei raccordi
strategici tra politiche culturali e educative
sull'identità e sullo sviluppo che sono
materia preziosa non solo per la politica e le
istituzioni, ma anche per le imprese e per il mercato.
Accanto a questo tema vi è quello, oltretutto
importante, della sperimentazione delle nuove opportunità creative
e distributive offerte dallo sviluppo tecnologico
della multimedialità che anche in Italia
cominciano ad affiorare. La tematica offre cioè spazi
che possono integrarsi alla problematica del “ servizio” senza
cancellare naturalmente le opportunità che
provengono da una concezione moderna e complessa
del generalismo radiotelevisivo.
In terzo luogo vi è il problema del raccordo
tra globalizzazione, dimensione nazionale e dimensi
one territoriale che – anche riguardo al problema
qui in esame – offre piste nuove, spazi di cooperazione
pubblico-privato, sperimentazione di modalità produttive
e diffusione all'altezza di un problema di crescente
importanza: le identità sono sempre meno
conflittuali e sempre più integrabili e
compresenti.
A patto che si lavori, con
gli strumenti più adatti,
per tale interpretazione e per tale compresenza.
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