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ELABORARE UN PENSIERO ITALIANO SULLA RETE

... per arrivare a una Convention nazionale, a una mobilitazione degli stati generali della cultura e delle relazioni a rete.


di Michele Mezza

 

I media non sono il quarto potere.
Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere in un gioco di relazioni fra soggetti politici e attori sociali in competizione.

Manuel Castells

 

Se è vero, come sostiene una scuola di pensiero ormai prevalente, che la stampa e, più tardi, la comunicazione giornalistica hanno permesso l'affermarsi dell'opinione pubblica e, con essa, hanno promosso la costituzione degli stati nazionali, in un nesso indissolubile fra Guttemberg e la pace di Westfalia, allora, seguendo il filo del ragionamento che ci propone Manuel Castells, possiamo dire che oggi si sta riclassificando, con i nuovi linguaggi digitali, l'intera infrastruttura istituzionale delle comunità nazionali.

Monopolio della violenza interna e capacità di sostenere modelli e forme di comunicazione sono oggi, nell'economia globalizzata mobile di capitali e di individui, i due basilari fattori che identificano lo stato nazione.

La società viene invece identificata dalla dinamica delle reti che l'attraversano, la esprimono e la sostengono. Le reti modificano la società in base alla velocità di relazione che consentono.

La tendenza che si va affermando, nel gorgo della società a rete, appare sempre più la frammentazione e non l'omologazione. Frammentazione che si ricompone nella condivisione di valori e contenuti delle forme sociali del networking.

Già la televisione, e prima ancora la radio, sono stati fattori di ricomposizione fra differenze e culture in ambito nazionale. Ma la comunicazione di massa è stata anche uno straordinario fattore di sovranità e sviluppo delle singole comunità nazionali, che si sono espanse, attraendo risorse e capacità, anche in virtù del potere di suggestione dell'immaginario collettivo.

La comunicazione elettronica è stata un fattore di identità e di affermazione dello stato nazione, che producendo e scambiando linguaggi e contenuti sul mercato globale valorizzava i propri asset nazionali.

Nel passaggio dal modello a broadstating - da uno a tanti - a quello circolare del socialnetworking - da tanti ad ognuno - i processi prevalgono sui singoli contenuti nell'elaborazione culturale.

Emerge in questa fase una centralità dello stato impresario culturale nel momento in cui la comunità richiede una partnership forte con l'istituzione pubblica per non soccombere nella competizione digitale globale. L'istituzione pubblica diventa essa stessa networking per vincere nella guerra dei networking.

Diventa strategico disporre, come comunità nazionale, di centri di competenza privati e di agenzie pubbliche in grado di rendere la comunità nazionale autonoma e protagonista nella lunga transizione dall'analogico al digitale, dal fordismo al post fordismo, dalla centralità del produttore a quella dell'utente.

Tanto più in un tornante che vede mutare radicalmente grammatiche e linguaggi dell'azione comunicativa che sempre più è mediata e interfacciata dal software.

Già Calvino nelle sue Lezioni Americane intuì che il software avrebbe comandato sull'hardware. E' attraverso il governo del software che ogni individuo trova modi e soluzioni per partecipare alla nuova Agorà crossmediale.

Ma se il software è la porta d'entrata nel nuovo mercato culturale globale, allora diventa alto il rischio che, ad una carenza strutturale nell'elaborazione e caratterizzazione autonoma degli algoritmi, corrisponda una subalternità dell'intera comunità nazionale.

Più ancora che nell'età televisiva, avere strategie politiche e realtà in grado di dialogare, in maniera non subordinata e passiva, con i centri di produzione delle forme espressive, è essenziale per dare un futuro al paese.

Già negli anni '80 le forze progressiste e riformatrici del paese non colsero l'emergenza comunicativa che batteva alle nostre porte. In pochi anni un processo di privatizzazione di ogni forma di comunicazione televisiva strinse l'azienda pubblica in una morsa da cui la Rai uscì amorfa ed omologata. La liberalizzazione selvaggia del mercato pubblicitario fu il volano di un aggregato d'interessi e di potere che ha poi portato agli intrecci incestuosi che oggi governano l'Italia.

Fu un errore non cogliere l'opportunità, che pure si presentò, di un riassetto del sistema che, pur non avvilendo la pulsione liberalizzatrice della televisione privata, desse regole e modelli funzionali ad una razionale finalizzazione della potenza comunicativa in ambito nazionale. Non solo la Rai patì quella cecità politica. Lo stesso vincitore di allora, il competitore privato rimasto unico sul mercato reso un deserto, si trova oggi gonfio di interessi ma povero di risorse e di strategie per adeguarsi alle nuove geometria multimediali.

 

L'Italia rischia di trovarsi senza motori della moderna comunicazione. E dunque sguarnita nel momento in cui si riconfigura lo stesso profilo istituzionale del paese sulla spinta dei nuovi comportamenti digitali. E' indispensabile ritrovare il filo di una strategia di sistema, ricostruendo culture e capacità in grado di assicurare spazio alla libertà di ogni individuo e, al tempo stesso, di non rendere velleitaria l'ansia di competizione dei soggetti nazionali in ambito globale.

 

Bisogna elaborare un pensiero “Italiano” sulla rete. Un pensiero non certo scioccamente autarchico, ma in grado di valorizzare la peculiarità di un paese da sempre produttore di socialità e di relazioni.

Un pensiero italiano che si confronti con la rete come sarà e non come era. Che si forgi nel conflitto che sta sorgendo fra privatizzatori ed espansionisti del networking. Che trovi ambiti dove la crossmedialità non sia un'economia fagocitante e speculativa, ma che accompagni lo sviluppo di servizi, produzioni e culture tipicamente italiane. Il mondo del design ci ha mostrato una strada di competizione vincente sulla scena internazionale.

Dobbiamo ricostruire una politica industriale che consolidi i primati e recuperi i ritardi. Il comparto cinematografico e televisivo, ma anche l'intero mondo del software, della ricerca biotecnologica, delle convergenze audiovisive, tridimensionali, georeferenziate - che rappresentano i nuovi alfabeti di una comunità - devono diventare un settore portante di un paese che si propone come una grande fabbrica di valori relazionali.

La crisi economica che ci incalza potrebbe essere una straordinaria occasione che rimetta in campo nuovi soggetti, come ad esempio i territori e gli enti locali, nell'elaborazione di nuove politiche di ricostruzione di sviluppo nazionale.

 

Già oggi l'Italia è un grande nell'economia a rete. Siamo stati il paese dell'esplosione delle televisioni locali, il paese della telefonia cellulare, oggi siamo la comunità forse più protesa nel socialnetworking. I grandi produttori ci considerano un mercato da beta testing dei nuovi prodotti. Dobbiamo diventare un co-produttore, e anche un negoziatore, di soluzioni, di tecnologie di senso. L'algoritmo non è un valore neutro, possiede un'anima e una cultura che non ci può essere imposta dall'alto di una seduzione dell'oggetto o del fascino del buon funzionamento.

 

Come spiega Bauman il digital devide reale non è la conseguenza di un deficit infrastrutturale, quanto l'incapacità di creare senso comune.

 

Dobbiamo rilanciare un' ambizione a diventare partner nella produzione di senso, rimettendo sulle gambe sistemi, imprese, servizi che nella comunicazione e nei modelli a rete possano ridare forza ad un protagonismo italiano nell'ambito di un nuovo rinascimento dell'intero sistema industriale e produttivo.

 

Per questo ci vuole più politica, ma una politica diversa. Una politica che si ritiri dalla gestione diretta di imprese e apparati, e si concentri nell'elaborazione di regole e strategie che diano forza al sistema paese. Una politica che valorizzi i punti forti del sistema nazionale: le mille culture locali, il sistema delle autonomie, il pulviscolo dei talenti e delle competenze professionali, l'istinto a una relazione sociale forte dei nostri cittadini.

L'obbiettivo è quello di arrivare a una vera Convention nazionale, a una mobilitazione degli stati generali della cultura e delle relazioni a rete che definisca nei prossimi cinque anni un programma minimo di sviluppo e valorizzazione del Made in Italy digitale.